Questa me la segno …

Scritto 10 anni fa
“L’ettaro di terra coltivato a soia produce una commodity, quello a Pinot Nero produce un bene che diventera’ esclusivo e riconoscibile, la bottiglia di Champagne. Da qui la differenza di valore della terra. Il punto e’ che lo “champagne” finisce per assomigliare esso stesso a una commodity, se trattato come “champagne” e non come vino di questo o di quel produttore, frutto di questo o di quel terroir. Si vende il brand collettivo, come noi vendevamo il Chianti e il Moscato, giustamente massacrati dal mercato. In questo caso, il mercato sembra felicemente complice: tutti contenti di riconoscersi nello status symbol, va bene la bottigliona gran riserva, ma anche la bottiglia da scaffale polveroso, purche’ ci sia scritto Champagne. Come le borsette di Vuitton che vedi sull’autobus, o le ciabatte di plastica “firmate”. “
Con l’ultimo Porthos, arrivato eccezionalmente in formato “speciale” (quadrato), e’ altresi’ arrivato (in omaggio) un libro che metterei tra i top ten: “Champagne” di Samuel Cogliati con la prefazione di Sandro Sangiorgi, dalla quale ho preso le righe di cui sopra.

Innanzitutto perche’ penso che il libro sia da prendere? Perche’ e’ critico, puntuale, per niente auto(dello champagne)-celebrativo. Cose che se ne vedono poche in giro ultimamente …

Scoprire che per decenni i vignerons hanno pensato bene di risollevare le sorti di un terreno spossato da trattamenti chimici, utilizzando (= spargendo) rifiuti solidi urbani (!!!) non ha prezzo. Il che’ gia’ basterebbe per optare per un bel Franciacorta o un lambrusco la prossima volta al banco … (per chi gia’ non lo facesse)

Oppure che:

” il 50% di tuti i pesticidi usati in Francia è impiegato dalla viticoltura (che copre meno del 3% delle superfici agricole!)”

e via di questo passo, che devo dire poco incoraggiante ,se non che in tale nebbia qualche raggio di sole ci e’ dato da produttori che seguono una loro strada, lavorando rispettando il territorio e il suo frutto.

Ma in realta’ mi sono segnato questo passaggio perche’ mi riporta a quello che dovrebbe essere un punto di arrivo per tutti noi produttori (di qualsiasi prodotto).

Essere custodi di una tradizione, interpretare un territorio e fare un prodotto unico, talmente unico che diventa “universale”.
La vera “Universalità” e’ infatti data dall’estrema specificita’ …
Che poi questa strada non si sposi affatto con logiche industriali e di business, questo e’ un altro paio di maniche. Maniche “scomode” … ma un altro paio.

Acidity-mode-on:
Non per dire sempre “ma io gia’ lo dissi” …. pero qui, sul nostro sito (cosi’ come nel pieghevole che mettiamo in ogni confezione di Tradizionale) c’e’ spiegato perchè il Balsamico Tradizionale dell’Acetaia San Giacomo è diverso da quello di pincopallo. Nessuno lo dice in cosa e in come e’ diverso il suo prodotto. Ma allora?? Di chi e’ ‘sto prodotto? Tuo? Mio? Ello? Non ne vai fiero? Perche’ fai solo dei copia-incolla sul Balsamico in generale quando parli della TUA produzione, perche’ non mi dici come str@caxzo lo fai? Perche’ non mi fai vedere qualche foto? Perche’? Perche’? Perche’?
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