Situazione DOP e IGP – Forma e sostanza – Lungo

Scritto 9 anni fa

Prendo spunto da questa novità, quella delle scomparse (salvo ricorsi e contro-ricorsi) dall’anno prossimo delle DOC e delle DOCG del vino italiano, a favore dei marchi “DOP” e “IGP” per parlare proprio di questi marchi comunitari che dovrebbero identificare l’eccellenza dell’agroalimentare.

La News delle Doc e delle Docg l’ho sentita solo ieri e quello che risultava dalle interviste era più o meno: “così perderemo tutti quei vini che rappresentano un territorio …”
IMHO, penso che la maggior parte dei vini DOC e DOCG di fatto già NON rappresentino un territorio.
E’ quindi un falso problema? Secondo me, dal punto di vista della sostanza, sì.
E qui non metto neppure una link perche’ penso che chiunque approcci con un minimo di senso critico la questione “vino”, sappia gia’ delle problematiche relative alle Doc, al fatto che produttori (anche Grandi) preferiscano uscirne, al fatto che la Doc stessa non fornisca strumenti idonei al vignaiolo, per difendere e valorizzare il suo ruolo di custode di un territorio/vigna.

Comunqe, sempre dei giorni scorsi un articolo sul Sole24ore (Centro-Nord) che riporta un po’ di numeri interessanti riguardo alla questione DOP e IGP in Italia.

Innanzitutto, finalmente, un numero ufficiale di quante bottiglie di Balsamico Tradizionale vengono imbottigliate anzi, “vendute“, annualmente: 133.000. Tra Modena e Reggio Emilia ovviamente.
Ora, poichè tutta la provincia Reggio Emilia (1 solo Consorzio e meno di 5 produttori indipendenti) ne imbottiglia circa 28.000, deduco che Modena, tra i 2 Consorzi (qui e qui) e, direi, la cooperativa di produttori, sia a quota 105.000.

E allora scatta il teorema (?): SE definiamo il Balsamico Tradizionale di Modena una produzione di nicchia, ALLORA, con il suo quinto di produzione, il Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia e’ una “nicchia nella nicchia“! 🙂 Molto bene …

Ma torno al discorso in generale sulle Dop e sulle Igp.
Per un prodotto come il nostro è stato un passaggio obbligato, nel senso che tutto l’apparato istituzionale (Provincia, Regione, Stato) ha voluto trovare un riconoscimento ufficiale/formale sul quale investire eventuali fondi per la promozione e/o sviluppo dell’agroalimentare.
Ci sono pero’, a mio modo di vedere, 3 ordini di problemi:

1- la forma (la certificazione di qualità Dop e Igp) non corrisponde sempre alla sostanza: un po’ come per le Doc, le maglie larghe di certi disciplinari di produzione fanno si’ che il prodotto perda le sue carattersitiche di qualità (materia prima), territorio e, non ultimo, tradizione (in certi casi, puo’ anche non essere un male).
Basta vedere nell’elenco dei prodotti Dop e Igp sul sito del Mipaf, e vedere come per certe “eccellenze”, a discapito del nome di provenienza, la produzione possa essere fatta anche a centinaia di Km di distanza oppure, ancora piu’ clamoroso, nel caso dell’Aceto Balsamico di Modena per il quale si attende l’agognata IGP: ci tornero’ con maggiori dettagli perche’ la situazione e’ interessantissima ma praticamente sembra che, tra le due istanze (una che richiede
l’utilizzi di mosti solo dell’Emilia Romagna e l’altra (da Germania! Spagna! Grecia! :O ) che richiederebbe 8 vitigni da tutto il mondo (!!!!) e dovrebbe esser fatto a Modena solo il blend tra l’aceto di vino e il mosto cotto (!!!). Ebbene l’Unione Europea propenderebbe per la seconda opzione perche’ altrimenti sarebbe “una lesione al diritto di libera circolazione delle merci”. Robe da matti, se confermate.

2- la spendibilità e, soprattutto, credibilità di tali marchi.
Il punto di partenza di questo ragionamento e’ lo stato dell’arte al 2001.
Questo e’ tratto dall’VIII Rapporto di Nomisma:

Posto di fronte alle indicazioni correnti utilizzate per i prodotti tipici, il consumatore in linea di massima si dimostra confuso. Oltre l’80% non conosce le Igp, le Stg e la produzione ottenuta con la lotta integrata, il 74% non conosce le dizioni Iso 9000/Uni En 29000 e il 71% le Dop

Più in dettaglio:


A livello europeo:


Dicevo, il punto di partenza perche’ si spera che in 8 anni qualcosa sia cambiato anche se, in realta’, penso che la conoscenza di questi marchi sia sempre bassissima, quindi poco spendibili e, se dovessero incorrere sempre più in problematiche di cui al punto 1, anche la credibilità penso sia compromessa.

3- infine, la “convenienza” economica dei marchi stessi: mi spiego, quasi 3/4 del volume d’affari, come appare da questa tabella (dati 2004)

e confermato dall’articolo stesso, e’ dato dall’aggregato tra Parmigiano Reggiano-Grana Padano-Prosciutto Parma-Mortadella. Tutto il resto sono briciole. Se volessimo proprio quindi essere pignoli, i restanti prodotti non hanno il peso, la “massa critica” per affrontare commercialmente un mercato. Quale motivazione migliore, quindi, per farsi venire a comprare i prodotti direttamente in casa? Con importanti riflessi economici per tutto il territorio?
Investire su una casa di campagna piuttosto che su un capannone puo’ essere strategico per i piccoli produttori di cose locali (idem per la rete e il suo rivoluzionario approccio alla comunicazioen). E’ quello che abbiamo fatto, e se riusciremo a salvarci dalle sciabolate dei mutui :), potremo esserne felici.

C’e’ un’opportunita’ per vedere com’e’ la situazione dei Marchi di qualita’ ad oggi, la conferenza che si terrà a Bologna in occasione del Sana il 12 settembre, sperando che renderano noti dati come quelli sopra e che abbiano un approccio critico a riguardo, e non solo grandi numeri per dimostrare che il sistema dei marchi di qualità “funziona alla grande”.