Uscire dalla logica della “Commodity”

Scritto 8 anni fa

Giro e parlo con piccoli produttori come me e capisco che il rischio di entrare in questa logica perversa è molto vicino.
Anche in Italia le produzioni c.d. di “qualità” in realtà soffrono del fatto di essere borderline con il concetto di “commodity“.

Commodity, potremmo anche definirla “fungibilità”. Quando un prodotto può essere sostiuito con un altro perchè considerato “uguale”, “sostituibile”.

Il prezzo non lo fa più il valore aggiunto che riesco a dare, il prezzo viene deciso da un mercato globale di domanda-offerta.

Esempi di commodity sono tanti, anche se accademicamente parlando, sono sempre quelli:

– soia, caffè, zucchero, tabacco, petrolio …

Ma sarebbe così sbagliato annoverare tra questi prodotti anche

– Lambrusco

– Champagne

– Prosecco

– Franciacorta

– Aceto Balsamico

– Chianti, Barolo, Amarone echipiùnehapiùnemetta ?

Le denomiazioni di origine (DOC, DOCG, IGP, DOP etc..) negli ultimi anni stanno perdendo gli effetti che tutti avrebbero desiderato, e cioè differenziare il prodotto da una massa indifferenziata.

Le denominazioni hanno fatto uno sbaglio, uniformare verso il basso, perchè le relative istanze erano sostenute da chi non aveve interesse alla vera selezione.

Uniformando verso il basso, non hanno creato valore, hanno creato semplicemente il nome di nuove commodity.

Da qui il fatto che i Consorzi di Tutela hanno sempre più bisogno di poter programmare la produzione, affare che tecnicamente (legalmente) non sarebbe permesso da una normale logica di mercato.

Da qui gli sforzi comunicativi-pubbliciatri enormi delle aziende, di caratterizzare in modo diverso (anche semplicemente con un nome) un prodotto che, di fatto, era già commodity.

Da qui gli sforzi comunicativi enormi delle piccole aziende di spiegare come e perchè che il loro prodotto era fuori dalla logica delle commodity.

Continua …